Roberto Antico

Naufragi


dal primo al trentuno dicembre duemilasette

 
20071201 Roberto Antico - Legni policromi-200720071201 Roberto Antico - Legni policromi_2-2007

legni policromi, 2007
cm.30x50

 

Tuto va e vien... *

Accorsero le Eliadi, sorelle dell’infelice giovane, e piansero tanto che Zeus – impietosito – le trasformò in pioppi...

Forse sono le scaglie del cocchio del Sole, che qui precipitò con il povero Fetonte, ciò che raccoglie Antico. Brandelli di sogno incenerito e corroso. O la prora divelta dei pescherecci in tempo di maroso, che l’Eridanio ha portato quaggiù, ancora sapida di vernici e di marcio. Corre rialzato l’argine, in questo paesaggio giovane dalla lunghissima storia, come un triangolo proteso sul mare. All’interno, le golene fatte di umido, boschi e piccole isole. Andiamo, in un pomeriggio di nebbia strana, a bande orizzontali, tra lagune salmastre e poco profonde, banchi di limo e sacche dove si cattura il novellame. Sul fiume volano gli svassi.

Roberto, con Caterina, mi conduce a Ca’ Cornera dalle parti di Porto Viro, dove ha sede un’esposizione permanente dei suoi legni, complice e mecenate il paron de casa Paolo Gasparetto. Mi racconta come – dopo anni di tentativi artistici ed esistenziali – gli sia balenata l’idea della restituzione, quel far ritornare al mondo, al calore domestico, all’onore delle storie i frammenti relitti che il fiume risputa dopo le mareggiate: dalla Sacca di Scardovari, dal Po di Maistra, ancora vibranti d’echi, senza ritocchi particolari. A vederli nel granaio di Ca’ Cornera – incredibile spazio, raffinato e consono agli appuntamenti artistici – fanno l’effetto delle gemme sbozzate dalla roccia. Di più: fanno l’effetto dei vecchi diari, dei volti polesani, dove s’intrugliano il greco e l’etrusco. Qualcosa di nobile, e smagato, come la nebbia invernale e la morgana del giorno estivo, da cui scaturiscono la terra ed il mare, e cose solide, e matéssi...

I legni di Roberto – penso allora – sono semi del mondo: con gli anni, l’artista ha sublimato la visione involontaria fino a distillare forme autonome, sintetiche. Dentro, a incastro – con il gusto della coniugazione ed una dignità tenace, di servizio – ci sono millenni di tensione segreta, trascinanti città sepolte. Da queste parti, la mente è folle, di una follia solitaria e riservata, capace tuttavia di deflagranti visioni. I legni sono sopravvissuti per raccontare, e Antico racconta – con purezza sottile – quanto possa esser limpida la sostanza, paradossalmente tanto carica di detriti, di scorie e ferite. Permangono in queste opere (così come nella sorridente cortesia dell’artista) un rigore discreto, un incantesimo nella struttura degli accostamenti formali che non lascia spazio alla furbizia estetica. Un gusto formidabile per il minimo indispensabile, una scabrezza affettuosa.

A guardare e riguardare, e poi a ricordare quei materiali che furono altro – e altro della vita, però, semi di vita, indizi di un transito – mi convinco che quella di Antico è, innanzitutto, una magia che tocca il senso delle cose, come un’indagine genetica, una mappa. Allo stesso tempo, nella misura del legno compiuto (piccola misura composta dell’anima), vi leggo tutta la forza di chi sa costruire arte, anche a partire dai naufragi quotidiani, di chi attende sulla riva e sa osservare, accorpare, scegliere. La scelta di Roberto si rivela poeticamente artistica, ma lo è anche strutturalmente, nei dettami di una griglia di equilibri suscitata e sofferta. Così, l’assunto formale acquista una valenza linguistica, di significante e trama storica di significato, valore di esistenza concreta e assieme mitica.


Alle Eliadi, che ancora contemplano il disastro, per dedica e consolazione.

* Proverbio veneto, d’ambito polesano. La forma completa recita Tuto va e vien, e gnente se mantien.
L’impresa d’Antico...fa eccezione, ma gli avi non lo potevano sapere!

Francesca Brandes


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